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castelli di cannero

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Pubblicato il: 25/06/2016

 

I due maggiori dei tre isolotti prospicienti Cannero, minuscolo arcipelago verbanese, hanno talora richiamato gente disposta porvi dimora: gente desiderosa di trovarvi sicurezza, gente con l’ambizione di farne una rocca imprendibile. Per questo, nel corso di poco meno di un secolo e mezzo, tra inizio Quattrocento e metà Cinquecento, essi hanno assistito a due diverse esperienze di insediamento: piccolo e “cattivo” arnese bellico la Malpaga, asservita alle ambizioni politiche e autocratiche dei cinque fratelli cannobiesi Mazzardi nel XV secolo; fortezza – residenza, la Vitaliana, con lo sfortunato Ludovico Borromeo nel XVI secolo.

Ma al di là del senso politico-militare, i Castelli di Cannero erano e sono ancora uno tra i simboli più conosciuti del lago Maggiore. Da molti punti della riva si possono ammirare in tutta la loro bellezza e contemplare nei momenti più suggestivi: all’alba e al tramonto, o nelle varie stagioni. In estate, illuminati dal sole e contornati da una vegetazione lussureggiante, assumono un aspetto ridente e vivo, mentre in inverno emanano un senso di solenne mistero, perché si stagliano cupi e tetri sul grigio lago.

Ora, ruderi affascinanti, decantati da scrittori e riprodotti da incisori e pittori, attendono quasi di essere riportati in vita quali «severi guardiani – come Ludovico Borromeo li volle –sull’alto lago, della vocazione internazionale che sovrintese a quella lontana fabbrica».

I Castelli di Cannero (nome impropriamente attribuito ad una rocca che a quel paese mai appartenne di diritto, ma per cui sempre fu di fatto una sorta di presenza ora ingombrante, ora protettiva) sono patrimonio comune, condiviso fra tre terre verbanesi (Lombardia, Piemonte e Ticino) e fra due stati: Italia e Svizzera.

Più ancora che ai verbanesi, però, le vicende storiche e le fortune politiche hanno legato la fortezza ai Borromeo, la famiglia del loro fondatore, il conte Ludovico. Quelli che ora si vedono sono, infatti, la Vitaliana, castelli fatti costruire dal nobile milanese Ludovico Borromeo nel lontano 1519.

Nulla più resta della precedente fortezza; eppure per raccontar la storia della Vitaliana bisogna certamente partire dal XV secolo. Erano i tempi delle lotte tra guelfi e ghibellini, ingigantitesi alla morte di Gian Galeazzo Visconti, duca di Milano, ed estesesi anche al lago Maggiore e alle nostre terre verbanesi. Dal calcolo politico di cinque fratelli Mazzardi (Antonio detto il Carmagnola, Petrolo detto il Sinasso, Simonello, Beltramino e Giovanolo, figli di un ricco imprenditore cannobiese) e dalla vacanza dei poteri centrali milanesi nacque una rocca, la Malpaga: sicuramente meno imponente, meno complessa architettonicamente, rispetto a quella borromea del secolo seguente, ma non perciò meno strategica, vista la posizione. I cinque figli Mazzardi (comunemente conosciuti come “Mazzarditi”, con l’italianizzazione del termine dialettale “piccoli Mazzardi” si appoggiavano di convenienza alla fazione ghibellina ed erano nemici di tutti i guelfi ed ovviamente soprattutto di quelli loro concittadini (i Mantelli).

Si era nel 1402-1403; con un colpo di mano notturno, i Mazzardi si impadronirono del borgo e iniziarono le loro violenze nei confronti degli avversari, cui non rimase che la scelta tra la fuga o l’esser vessati da taglie e angherie. In un disegno strategicamente complesso, i cinque fratelli estesero il campo delle proprie azioni armate su tutto il lago Maggiore; né scandalizzi la cosa: lungi dal poter esser liquidati come “pirati”, essi miravano piuttosto a creare una sorta di “protettorato” verbanese appannaggio di famiglia, in un momento in cui lo stato centrale milanese era al minimo della propria capacità di reazione. E, proprio per poter meglio offendere e difendersi, i Mazzardi costruirono nell’alto lago un piccolo castello a Traffiume, fortificarono il villaggio di Carmine, il campanile del palazzo comunale di Cannobio, e sugli scogli prospicienti Cannero edificarono una piccola rocca, denominata la Malpaga; tetro nome, che suonava a duro monito a chi avesse voluto sfidarli: l’assalitore ne sarebbe stato ripagato e ricacciato a dovere. Al solito, chi fece le spese delle ambizioni di potenza dei Mazzardi furono gli abitanti del Cannobiese, cui venivano imposte prestazioni di mano d’opera, fornitura coatta di materiali. Vennero infatti reclutati a forza tra la gente della zona gli operai, utilizzati materiali (legname e pietrame) illegalmente asportati da boschi comuni e da muri di terrazzamento delle vigne, quando non addirittura (per aumentare la beffa) direttamente dalle abitazioni stesse degli avversari dei Mazzardi.

Ma i destini storici del ducato di Milano non erano segnati: dal momento in cui Filippo Maria Visconti, terzo duca di Milano, riuscì a riprendere il controllo dello stato, i Mazzardi ebbero la sorte decretata. Nel marzo del 1414 un piccolo ma agguerrito esercito al comando di Jacopo Lonati cinse d’assedio la Malpaga. I Mazzardi si arresero e per ordine del duca la loro rocca venne rasa al suolo. Secondo la leggenda, i briganti vennero annegati con un sasso al collo; in realtà furono solo banditi da Cannobio, ove quindici anni più tardi, perdonati, poterono tornare, ormai divenuti innocui e avendo perso ogni ambizione di supremazia politica nel borgo.

Questa parte della storia dei nostri Castelli è forse la più nota e suggestiva; ma sicuramente altrettanto affascinante, anche se meno conosciuta, è la storia della costruzione che noi possiamo ora ammirare: l’arx Vitaliana, la rocca Vitaliana.

Avendo ben soppesato la posizione strategica delle isolette, in un’ epoca che ignorava la guerra di movimento e si affidava alla bontà della posizione naturale (migliorata dalla perizia degli architetti militari) nel 1519 il conte Ludovico Borromeo intraprese ad edificare, sulle fondamenta della Malpaga, quella Rocca Vitaliana i cui ruderi pittoreschi e massicci ancora sussistono. In meno di quattro anni l’edificio era già in grado di ospitare i suoi padroni; la manodopera e il materiale usati erano locali, ma questa volta regolarmente remunerati.

Nel frattempo, in Italia, il ducato di Milano era divenuto il campo di battaglia delle truppe francesi ed imperiali – spagnole. La famiglia Borromeo si barcamenava: inizialmente favorevole ai Francesi, si era trovata a mano a mano su posizioni contrarie a quelli; nei continui capovolgimenti di alleanza il conte Ludovico finì per scegliere di appoggiarsi alla Confederazione Elvetica, sperando con ciò di mantenere il proprio dominio almeno sulle terre verbanesi: gli altri suoi feudi, infatti, erano destinati alla confisca.

Ludovico Borromeo ottenne così nel 1518 la cittadinanza di Lucerna e di Berna; nello stesso tempo peggiorarono i suoi rapporti con i francesi, che egli accusava di non aver indagato adeguatamente sull’assassinio di suo figlio, Luigi, ucciso in duello a Milano (probabilmente per mostrare al padre che i Borromeo non erano intoccabili). Sentendosi a sua volta poco sicuro (qualcuno aveva perfino cercato di avvelenarlo), il conte si rifugiò a Locarno. Quando gli Elvetici si riavvicinarono ai Francesi, anche Ludovico ne seguì l’esempio pur evitando di abbandonare il sicuro rifugio verbanese, tanto che nel 1521 poteva insediarsi nel suo castello. Nelle alterne fasi della guerra che vedeva opposti Francesi ed Imperiali, il Borromeo fornì nel 1522 un tangibile appoggio ai primi per la conquista di Milano, così che il duca Francesco Maria Sforza lo fece processare per tradimento. Il pericolo ormai si avvicinava alla Vitaliana: Ludovico chiese l’aiuto degli Svizzeri e dei Francesi, ma l’ottenne in misura limitata; ridotto in precarie condizioni di salute e costretto a Locarno, affidò il comando della guarnigione sugli scogli di Cannero al figlio Carlo. La Vitaliana fu cinta una prima volta d’assedio nell’agosto del 1523, ma gli attaccanti furono respinti; nel 1524, al tracollo delle fortune francesi in Lombardia, Anchise Visconti, capitano ducale, armò ad Arona una flotta che si diresse verso la Vitaliana: intendeva saldare il conto aperto con conte, in un momento critico e di grande debolezza per il Borromeo. Cannero, rea di aver fornito aiuto sotto forma di armi e viveri fu messa a ferro e fuoco; ma bene o male, la Vitaliana resistette, e forse grazie anche all’aiuto svizzero i difensori riuscirono a respingere i soldati di Anchise, contrattaccando fino ad Arona. Con il definitivo declino delle fortune francesi in Italia, segnato dalla battaglia di Pavia, il conte Ludovico, vecchio e malato, intuì di doversi riavvicinare alla fazione imperiale. Ad un momento di relativa calma (1526) risalgono le ultime fasi costruttive della Vitaliana, la cui cessione fu ad un certo punto reclamata dagli Svizzeri, proprio in cambio dei passati aiuti. Ludovico, nonostante fosse ormai vicino alla morte, rifiutò, e la rocca rimase in mano ai discendenti, venendo a svolgere nel pieno ‘500 una tardiva funzione di difesa di fronte a nuove, seppure improbabili, mire espansionistiche elvetiche.

Venne, infine , la decadenza. Abbandonata dalla guarnigione borromea e troppo scomoda come residenza estiva, la Vitaliana divenne nel XVII secolo addirittura sede di una zecca clandestina. Si era, infatti, nel 1645, quando si scoprì che il curato di Cannero, Bartolomeo Guizzetti, dopo aver chiesto in affitto ai Borromeo i Castelli, ve ne aveva installata una, dove si coniavano “genovine” false con la complicità di alcuni operai della zecca dei Mandelli di Maccagno. I Borromeo se ne accorsero finalmente, quando il curato, che evidentemente non andava troppo per il sottile, ammazzò un suo complice e ne buttò il corpo nel lago. Dopo questa brutta faccenda, i conti decisero di affittare la Vitaliana a qualcuno più di fiducia, con la condizione che nelle corti della vecchia Rocca si piantassero agrumi e si allevassero conigli; pur preferendo investire, in considerazione del maggior ritorno economico, nell’hosteria della Vitaliana, prospiciente i Castellinel Ronchetto del Conte, un terreno coltivato a vigna, ora ridotto ad incolta boscaglia.

Nel pieno Settecento la manutenzione ordinaria della Rocca era ovviamente limitatissima, e tale da non contrapporre valide difese non solo gli attacchi del tempo e delle intemperie, ma anche dei soliti furbi che ne continuavano uno scientifico smantellamento: la notte del 29 gennaio 1749 veniva addirittura rubata addirittura la porta della prigione, nonostante fosse chiusa a chiave e di ferro massiccio…

I poveri Castelli di Cannero erano sempre più abbandonati e selvaggi, ma non per questo dimenticati, anzi esercitavano un gran fascino, specie sui viaggiatori stranieri: nell’autunno del 1815 la Rocca fu chiesta in affitto da una eccentrica dama inglese di alto lignaggio, la principessa Carolina di Brunswick Galles, moglie dell’erede al trono d’Inghilterra. Reduce dalla separazione dal futuro re Giorgio IV, Carolina aveva scelto di vivere in Italia dal 1814; giunta sul Verbano, aveva subito il fascino della Vitaliana, richiedendo immediatamente ai Borromeo di poterla eleggere a propria residenza. Si iniziarono le trattative per la stipula del contratto che, però, non si firmò, in quanto la capricciosa nobildonna, alla fine, decise di cercare altrove una residenza italiana: all’Isola Madre, il cui palazzo era anche circondato da un parco dalla vegetazione lussureggiante, mentre ovviamente i castelli ne difettavano. Un’occasione persa, per la Vitaliana, di risorgere; o forse no, visto che il gusto ottocentesco avrebbe forse snaturato l’edificio, riducendone il fascino che innegabilmente ancor oggi quei venerandi ruderi posseggono a dismisura.

Dopo il flop del mancato affitto alla principessa del Galles, l’interesse per la Rocca venne progressivamente scemando: sempre meno redditizia, mai più abitata in permanenza, divenne di volta in volta rifugio di pescatori, di sfrosatori, di soldatesche garibaldine che ne sfruttarono la territorialità sarda e la vicinanza alla Lombardia austriaca per i propri colpi di mano contro i regolari austriaci. E proprio nel 1848, in fuga dagli Austriaci, diretto dall’amica Laura Mantegazza, nobile milanese proprietaria della villa Sabbioncella, Giuseppe Garibaldi approdò sulla Rocca per trascorrervi qualche ora di riposo alla bell’e meglio. Nella seconda metà dell’Ottocento i Castelli, ormai abbandonati alla propria sorte, si avviarono ineluttabilmente a divenire il romantico rudere che – sull’onda dell’emozione suscitata dalle tetre vicende dei Mazzardi e degli assedi al Borromeo ribelle – avrebbe poi dato (e dà tuttora!) a scrittori, incisori e fotografi affascinante ed inesauribile fonte d’ispirazione ed ai turisti estivi la possibilità di tuffarsi nelle azzurre acque lacustri sotto lo sguardo benevolo della Madonnina. Questa statua, opera dello scultore Castiglioni (?), fu posata qualche decennio fa sull’isolotto delle Prigioni a protezione dei bagnanti e dei natanti dell’alto lago, e nonostante il singolare contrasto con i ruvidi ruderi della rocca, è divenuta una figura oramai ben inserita nel circostante paesaggio; meno piacevoli ricordi suscitano invece i fatti di cronaca attuali, che registrano scorribande di teppisti e sottrazioni di quei pochi sassi scolpiti che ancora gli ambienti dei castelli ospitavano. Non si può far a meno di augurarsi che episodi del genere non succedano più e finalmente possa realizzarsi il sogno di tutti noi Verbanesi: che la rocca Vitaliana restaurata e salvata dai colpi del tempo riprenda a vivere, a cinquecento anni dalla propria fondazione.

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